La Santarcangelo dei poeti
Foto: Provincia di Rimini

Il video promozionale della città di Santarcangelo oltre a contenere immagini meravigliose di questa cittadina termina con una domanda “Sarà l’aria?”

L’aria l’e cla roba lizira

che sta datonda la tu testa

e la dventa piò céra quand che t’roid

L’aria è quella cosa leggera,

che sta intorno alla tua testa

e diventa più chiara quando ridi.

Questi versi di Tonino Guerra ci regalano un assaggio dell’aria che lui ha respirato anche a Santarcangelo. Passeggiando per le sue vie notiamo la presenza di alcuni piccoli quadri in diversi materiali su cui ondeggiano le citazioni o la storia in breve di alcuni dei poeti nati e vissuti in questo luogo.

Critici, intellettuali e studiosi di questa materia hanno definito l’esperienza santarcangiolese come unica nel suo genere, addirittura si parla di una vera e propria Scuola di poesia.

Tonino Guerra, Raffaello Baldini, Nino Pedretti, Gianni Fucci, Giuliana Rocchi, e ora una giovanissima e delicata Annalisa Teodorani. L’aria che si respira profuma di arte e innovazione. La poesia che nasce in questo paese si può definire antropologica, quasi mai ciò che viene raccontato è finzione, la realtà dona i colori, le sensazioni, le emozioni che poi fioriscono in pochi versi che ci toccano il cuore. Tonino Guerra le definisce “schegge di racconto” proprio perché con la sua unicità riesce a trasformare l’emozione di un attimo in versi, parole semplici, ma queste emozioni non sono solo umane, lui riesce a comprendere la lingua che la natura gli sussurra mentre è seduto su una panchina a contemplarla, questa è la sua magia.

 

Dal vólti par fè Nadèl

e’ basta l’udòur d’un mandaròin.

A volte per fare Natale

basta l’odore di un mandarino.

Questi versi di Annalisa Teodorani non inventano nulla, ma ci toccano il cuore perché raccontano una realtà che ognuno di noi prova e sente all’avvicinarsi del Natale e se chiudiamo gli occhi quell’odore lo sentiamo davvero, questa è la grandiosità di questi poeti.

 

Ch’avémm campè

ch’avémm tòcch al strèdi si pii

chi andeva alìgar

u n’e’ savrà niséun.

Ch’avémm guardè e’ mèr

da e’ finistréin di trèni,

ch’avémm respiré 

l’aria ch’la s pòẓa

sal scaràni di bar,

u n’e’ savrà niséun.

A sémm stè 

sla teraza dla véita

fintènt ch’l’è arivàt ch’i élt.

Che abbiamo vissuto,

che abbiamo toccato le strade

coi piedi che andavano allegri,

non lo saprà nessuno.

Che abbiamo visto il mare

dai finestrini dei treni,

che abbiamo respirato 

l’aria che si posa

sulle sedie dei bar,

non lo saprà nessuno.

Siamo stati 

sulla terrazza della vita

fintanto che sono arrivati gli altri.

Dopo aver letto questa poesia di Nino Pedretti, forse qualcuno lo saprà. Saprà che in qualche angolo di questo borgo incantato c’è sempre un’anima delicata che prende in mano una penna e inizia a scrivere note che risuonano nel tempo e nello spazio di ognuno di noi.

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