La Torre di Oriolo, i Lòm
e le Focarine in Romagna

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Torre di Oriolo - Lòm a Mêrz

La Torre di Oriolo sorge alle porte di Faenza, è alta 18 metri ed è considerata unica in Italia per la sua pianta a struttura esagonale. Fu fatta edificare da Carlo I Manfredi nel 1476 ed è stata riportata agli antichi splendori grazie al lavoro di restauro di tanti volontari e produttori agricoli della zona.

A pochi passi da questa meraviglia, circondato da colline ricche di coltivazioni, si trova il piccolo borgo di Oriolo dei Fichi. L’atmosfera che si respira in questo luogo regala piacevoli sensazioni, perché qui le persone collaborano per un bene comune e prezioso, quello del buon vivere, valorizzando i prodotti della propria terra, i suoi sapori e le sue tradizioni, con un forte senso di condivisione e appartenenza.

In queste campagne rivive un’antica tradizione pagana legata al rito del fuoco purificatore: i “Lòm a Mêrz”, grandi fuochi accesi per propiziarsi quel particolare periodo dell’anno compreso tra gli ultimi tre giorni di febbraio e i primi tre di marzo, caratterizzato da un tempo molto incerto, in cui le gemme precocemente spuntate nel terreno rischiano di essere uccise dal gelo.  

Questa tradizione precede di poche settimane la celebrazione della “Focarina” (o “Fogheraccia”) di San Giuseppe, un’usanza cristiana diffusa in tutta la Romagna, che si svolge ogni anno il 18 marzo come buon auspicio per inaugurare la nuova stagione.

Ne esiste una versione di campagna e una di mare; la prima trae il suo materiale dalle stoppe, potature e scarti del raccolto, la seconda anche dalle grandi quantità di legna portate a mare dai fiumi con le piogge autunnali e invernali. Al materiale ammassato si aggiungono vecchi mobili e altro materiale legnoso, ottenendo una catasta che viene incendiata poco dopo il tramonto. E’ un momento di aggregazione e divertimento accompagnato da musiche tradizionali, cibo e vino.

In alcune zone dell’entroterra romagnolo la simbologia della Focarina s’interseca con il rito  della “Segavëcia” (la segavecchia), oggi meno praticato, che si teneva il giovedì di mezza quaresima, durante il quale un fantoccio rappresentante l’inverno, con le sembianze di una vecchia, veniva trainato su un carro mascherato tra suoni di trombe, battaglie con frutta e grida, per essere poi squarciato e arso in piazza. Nelle prime scene di Amarcord di Federico Fellini si può vedere una scena in cui viene bruciata una pira con la Segavecia.

Questi riti allegorici, insieme alle stagioni, scandivano i ritmi delle comunità agro-pastorali e ancora oggi, soprattutto nelle campagne, illuminano e scaldano gli animi di coloro che desiderano conoscere la terra, le piante, gli animali, i cortili, gli orti, i giardini di chi abita e lavora in questi luoghi. 

Con i visi illuminati dalla luce dei falò, ci auguriamo che anche quest’anno le nostre “Focarine” ci aiutino a bruciare tutto ciò che durante l’inverno ha appesantito i nostri animi, per poterci godere con leggerezza l’arrivo della prossima primavera e dell’estate.

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